La mia cartina al tornasole, sia sul piano professionale sia su quello personale, è chiedermi se un’immagine alimenta la gentilezza verso se stessi o il senso di colpa: perché le fotografie possono fare entrambe le cose. Esiste un modalità motivazionale di usare le immagini che in realtà è solo una forma più sofisticata di autocritica: una foto del "prima", l’immagine dei risultati di qualcun altro pensata per farti sentire inadeguato al confronto. Tutto ciò che si basa sul senso di colpa può spingerti ad agire nel breve periodo, ma non sostiene il cambiamento: lo esaurisce.
Invece, a sostenere il cambiamento è un insieme sempre più ricco di prove che dimostrano che sei una persona capace di cambiare. Foto delle persone che ti vogliono bene e ti supportano. Immagini di momenti in cui ti sei sentito più vicino alla persona che sei davvero. Screenshot di un messaggio che qualcuno ti ha mandato in un giorno in cui la tua presenza ha fatto la differenza. Non si tratta di autocompiacimento, ma di strumenti pratici per affrontare quei momenti inevitabili in cui la voce dell'autocritica è più forte e la nostra capacità di mantenere la prospettiva diventa più fragile.
Sul mio telefono ho una cartella che la maggior parte delle persone non penserebbe mai di creare. Contiene screenshot di messaggi gentili, immagini di momenti che magari non erano particolarmente fotogenici ma che per me hanno avuto un significato, foto che documentano piccole vittorie che nessun algoritmo amplificherebbe mai. La guardo nei giorni in cui arriva una mail difficile e sento che sto iniziando a perdere l’equilibrio. L’ho aperta prima di riunioni importanti, non per fingere sicurezza, ma per ritrovarla davvero. Le prove erano già lì: avevo solo bisogno di un posto dove conservarle.
Questo è particolarmente vero per le persone il cui cervello non conserva una percezione stabile della loro storia personale. Per chi ha l’ADHD, per esempio, la permanenza degli oggetti, la sensazione che qualcosa continui a esistere anche quando non è davanti ai nostri occhi, non sempre si estende alla memoria emotiva. In un momento difficile, può sembrare che i risultati raggiunti anche solo poche settimane prima appartengano a qualcun altro. Conservarne una traccia visiva strutturata non è nostalgia: è manutenzione.
I nostri telefoni sono già pieni di momenti catturati al volo. La vera domanda è quali scegliamo di conservare, e se la storia che quelle immagini raccontano su di noi lavora a nostro favore o contro. Abituarsi a riconoscere qualcosa che vale la pena conservare e poi farlo è una piccola pratica che genera un ritorno sorprendentemente elevato. Non perché ci faccia semplicemente "sentire bene", ma perché, nei giorni in cui la voce dell'autocritica è più forte, ci offre qualcosa di concreto a cui fare riferimento.
The Kindness Method è edito da Macmillan.