Ispirazione

Perché le foto cambiano il modo in cui vediamo noi stessi

La psicologa Shahroo Izadi spiega come le fotografie possano diventare supportare notevolmente la fiducia in sé stessi, aiutandoci a ricordare chi siamo al nostro meglio, proprio quando ne abbiamo più bisogno.

Shahroo Izadi

8 apr 20267 min

Perché le foto cambiano il modo in cui vediamo noi stessi
Perché le foto cambiano il modo in cui vediamo noi stessi

L’articolo in breve

  • Spesso dimentichiamo i progressi che abbiamo fatto quando siamo sotto pressione, e finiamo per dare più spazio al dubbio che alle prove tangibili.

  • Le prove concrete e visibili della nostra resilienza passata sostengono il cambiamento molto più della sola forza di volontà.

  • Creare una raccolta di foto e ricordi positivi aiuta a contrastare la tendenza all'autocritica proprio quando è più forte.

Shahroo Izadi è psicologa e specialista nel cambiamento comportamentale. Il suo libro, The Kindness Method, adatta gli strumenti propri del recupero dalle dipendenze per aiutare a generare cambiamenti duraturi attraverso la conoscenza di sé e l'autocompassione, anziché la forza di volontà e il senso di colpa.

La maggior parte di noi ha centinaia, forse migliaia di foto salvate sul telefono. Compleanni, vacanze, martedì qualunque che al momento sembravano degni di essere immortalati, anche se oggi non riusciamo a ricordare il motivo. Eppure, accanto a tutte queste evidenze di vita vissuta, molti di noi portano dentro di sé una narrazione sorprendentemente povera di conferme. Sottovalutiamo i risultati che abbiamo raggiunto. Dimentichiamo le difficoltà che abbiamo superato. Ridimensioniamo le nostre capacità proprio nei momenti in cui avremmo più bisogno di ricordarle e metterle in risalto.

Non è un problema caratteriale: è una caratteristica del cervello umano. La nostra mente è programmata per dare priorità alle minacce piuttosto che alle rassicurazioni, un meccanismo che ci è stato utile per migliaia di anni, ma che lo è molto meno oggi, quando la "minaccia" può essere una settimana difficile al lavoro, un’abitudine che stiamo cercando di cambiare o quella sensazione sottile ma insistente di non stare facendo abbastanza progressi. Nei momenti di stress o di dubbio, il pensiero non va spontaneamente ai ricordi di cui siamo più orgogliosi, ma alle nostre peggiori paure. E, spesso, diamo più peso a quelle paure che alle numerose prove dei nostri successi.

Da oltre dieci anni lavoro come specialista nel cambiamento comportamentale: prima nei servizi per le dipendenze e il recupero del servizio sanitario nazionale britannico, poi con persone e organizzazioni che vogliono capire perché il cambiamento sia così difficile e cosa lo renda davvero duraturo. Il metodo che ho sviluppato, The Kindness Method, adatta strumenti provenienti dal lavoro di recupero dalle dipendenze mettendoli a disposizione di chiunque desideri modificare in modo stabile il proprio comportamento, che si tratti di un’abitudine, di uno schema mentale o semplicemente del modo in cui ci rivolgiamo a noi stessi. Al centro dell'approccio c'è l'idea che il cambiamento duraturo non nasce dall’autocritica o dal senso di colpa; deriva invece dalla conoscenza di sé, dall’autocompassione e dalla disponibilità di evidenze chiare e accessibili di chi siamo quando diamo il meglio di noi.

Unsplash

Uno degli ostacoli più comuni e sottovalutati che incontro non è la forza di volontà, né la motivazione, ma è la memoria. Più precisamente, il modo in cui le persone perdono accesso allo "storico" delle proprie capacità proprio nei momenti in cui ne avrebbero più bisogno.

Nel recupero dalle dipendenze esiste un fenomeno ben documentato chiamato "euphoric recall": la tendenza a romanticizzare un’abitudine che si sta cercando di lasciarsi alle spalle, dimenticando i danni che ha causato e trattenendo solo il sollievo che sembrava offrire. Ma esiste anche una versione speculare di questo fenomeno, di cui si parla molto meno: il modo in cui tendiamo a dimenticare le difficoltà che abbiamo già superato. Il modo in cui, sul momento, una singola giornata storta può sembrare la prova che non ne abbiamo mai avuta una buona. Il modo in cui mesi di progressi costanti sembrano svanire nell’istante in cui qualcosa va male.

Il cambiamento duraturo nasce dalla conoscenza di sé, dall’autocompassione e dalla possibilità di avere prove tangibili di chi siamo al nostro meglio.

L’antidoto non è il pensiero positivo. Ripetersi che tutto va bene quando sentiamo il contrario raramente funziona. E per chi tende a ragionare in termini di "tutto o niente", può risultare persino irritante. A funzionare meglio sono le prove: evidenze concrete, specifiche e visibili della persona che sei già diventata e di quello che hai già fatto.

Per questo, al centro di The Kindness Method ci sono delle “mappe” scritte a mano in cui annoti, con parole tue, ciò di cui sei davvero orgoglioso, le condizioni in cui lavori al meglio, i punti di forza che ti riconosceresti se fossi completamente onesto, le ragioni per cui cambiare è importante per te. Scriverle è utile. Ma le cose cambiano davvero quando le rileggi: quando guardi un’intera pagina piena della tua grafia e ti rendi conto che hai fatto molto di più di quel che pensavi. In quel momento, sminuirsi diventa molto più difficile.

Pexels

Alcuni dei miei clienti fotografano le loro mappe e tengono le immagini sul telefono; altri ne stampano versioni più piccole da portare sempre con loro. Non lo fanno perché abbiano una cattiva memoria, ma perché hanno capito qualcosa che considero una delle intuizioni più utili nell'ambito del cambiamento comportamentale: il momento in cui hai più bisogno di ricordarti ciò di cui sei capace è anche quello in cui fai più fatica a richiamarlo in autonomia. Stress, noia, stanchezza, una conversazione difficile: nessuna di queste condizioni è ideale per riflettere con lucidità. Ma una foto è a tre tocchi di distanza.

E le fotografie possono fare qualcosa che alle note scritte a volte non riesce: ti riportano al momento in cui sono state scattate. In qualche modo, vedere un momento lo rende di nuovo reale e te lo fa "sentire" fisicamente. Un’immagine di quel periodo in cui ti sentivi orgoglioso, capace, davvero te stesso non si limita a dirti che sei stato quella persona: per un attimo ti fa rivivere l’esperienza. È una risorsa molto più potente di quanto immaginiamo.

Le fotografie possono fare qualcosa che alle note scritte a volte non riesce: ti riportano al momento in cui sono state scattate. In qualche modo, vedere un momento lo rende di nuovo reale e te lo fa "sentire" fisicamente.

La mia cartina al tornasole, sia sul piano professionale sia su quello personale, è chiedermi se un’immagine alimenta la gentilezza verso se stessi o il senso di colpa: perché le fotografie possono fare entrambe le cose. Esiste un modalità motivazionale di usare le immagini che in realtà è solo una forma più sofisticata di autocritica: una foto del "prima", l’immagine dei risultati di qualcun altro pensata per farti sentire inadeguato al confronto. Tutto ciò che si basa sul senso di colpa può spingerti ad agire nel breve periodo, ma non sostiene il cambiamento: lo esaurisce.

Invece, a sostenere il cambiamento è un insieme sempre più ricco di prove che dimostrano che sei una persona capace di cambiare. Foto delle persone che ti vogliono bene e ti supportano. Immagini di momenti in cui ti sei sentito più vicino alla persona che sei davvero. Screenshot di un messaggio che qualcuno ti ha mandato in un giorno in cui la tua presenza ha fatto la differenza. Non si tratta di autocompiacimento, ma di strumenti pratici per affrontare quei momenti inevitabili in cui la voce dell'autocritica è più forte e la nostra capacità di mantenere la prospettiva diventa più fragile.

Sul mio telefono ho una cartella che la maggior parte delle persone non penserebbe mai di creare. Contiene screenshot di messaggi gentili, immagini di momenti che magari non erano particolarmente fotogenici ma che per me hanno avuto un significato, foto che documentano piccole vittorie che nessun algoritmo amplificherebbe mai. La guardo nei giorni in cui arriva una mail difficile e sento che sto iniziando a perdere l’equilibrio. L’ho aperta prima di riunioni importanti, non per fingere sicurezza, ma per ritrovarla davvero. Le prove erano già lì: avevo solo bisogno di un posto dove conservarle.

Questo è particolarmente vero per le persone il cui cervello non conserva una percezione stabile della loro storia personale. Per chi ha l’ADHD, per esempio, la permanenza degli oggetti, la sensazione che qualcosa continui a esistere anche quando non è davanti ai nostri occhi, non sempre si estende alla memoria emotiva. In un momento difficile, può sembrare che i risultati raggiunti anche solo poche settimane prima appartengano a qualcun altro. Conservarne una traccia visiva strutturata non è nostalgia: è manutenzione.

I nostri telefoni sono già pieni di momenti catturati al volo. La vera domanda è quali scegliamo di conservare, e se la storia che quelle immagini raccontano su di noi lavora a nostro favore o contro. Abituarsi a riconoscere qualcosa che vale la pena conservare e poi farlo è una piccola pratica che genera un ritorno sorprendentemente elevato. Non perché ci faccia semplicemente "sentire bene", ma perché, nei giorni in cui la voce dell'autocritica è più forte, ci offre qualcosa di concreto a cui fare riferimento.

The Kindness Method è edito da Macmillan.

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