Storie
Il potere delle foto di tutti i giorni
Perché le foto spontanee nel rullino del telefono spesso raccontano più di quelle costruite con cura
Siobhan Ferguson
Fotografa
8 apr 2026∙6 min


L’articolo in breve
Foto: Siobhan Ferguson
Storie
Perché le foto spontanee nel rullino del telefono spesso raccontano più di quelle costruite con cura
Siobhan Ferguson
Fotografa
8 apr 2026∙6 min


Foto: Siobhan Ferguson
Ci sono fotografie che scattiamo senza pensarci. Non sono studiate né pianificate, non sono composte con attenzione né pensate per un risultato preciso; non sono destinate a una cornice o a un feed, né scattate con l’idea di mostrarle a qualcuno. La maggior parte resta silenziosamente sepolta nel rullino del nostro telefono, tra centinaia di altre: più o meno insignificanti, almeno finché, trascorso del tempo, torniamo a guardarle con occhi diversi.
Foto: Siobhan Ferguson
Una tazza di caffè che si raffredda sul tavolino del balcone. In quel momento era solo questo, una pausa prima di uscire. Ho scattato la foto quasi distrattamente. Ora mi riporta alla vista su Via di Ripetta, alla luce delle prime ore prima che la strada si riempisse, a quel breve momento di quiete prima che la giornata iniziasse davvero. Una fotografia isolata di un libro nella vetrina di una libreria mi sembrava superflua quando l’ho scattata, qualcosa che avrei potuto tranquillamente ignorare. Ora che è trascorso del tempo, però, mi fa tornare in mente Via di Monserrato e la compostezza che quel tratto di strada comunicava, anche solo attraversandolo di passaggio, come se si disponesse senza sforzo davanti a chi lo guardava.
Foto: Siobhan Ferguson
Un uomo con il giornale che passa mentre la città non si è ancora svegliata del tutto. Non avevo pianificato lo scatto e quasi non mi sono fermata per realizzarlo. Riguardandolo ora, vedo il ritmo di Roma, quello che inizia prima di tutto il resto, la continuità silenziosa che esiste prima delle folle. Due tazzine di espresso su un tavolino, non mie, suggeriscono un incontro già avvenuto prima che arrivassi, una conversazione finita appena fuori scena. Un tavolo sotto una tenda in una sera umida ha più atmosfera della facciata alle sue spalle. Per poco ho evitato di fotografarlo, e invece sono felice di averlo fatto. Mi riporta all’atmosfera di Pierluigi, anche in una sera in cui cenare all’aperto aveva poco senso e l’aria era carica di pioggia.
Foto: Siobhan Ferguson
Una volta, ho fotografato la piazza di Campo de’ Fiori mentre i venditori preparavano le bancarelle. Nulla di spettacolare: solo i primi movimenti del mattino, banchi pieni a metà, la giornata che prendeva forma poco alla volta. È rimasta una delle mie immagini preferite, anche se in quel momento non sembrava niente di speciale. Quando lavoro a un libro porto con me la fotocamera con un'intenzione precisa. Penso alla struttura, alla luce, a ciò che potrebbe sostenere un capitolo o segnare un passaggio nella narrazione. Quelle immagini sono pensate con grande attenzione: descrivono un luogo con chiarezza e in modo deliberato.

Foto: Siobhan Ferguson




Le fotografie scattate con il telefono nascono nei momenti di passaggio: spesso sono un po’ storte, a volte sfocate, fatte in fretta, senza pensare se le riguarderemo mai o se saranno abbastanza belle da volerle conservare. Eppure, spesso, restano. L’immagine curata mostra com’era un luogo; quella più trascurata ricorda com’era attraversarlo: la quiete prima che arrivi la folla, la vista prima di uscire, l’atmosfera di un tavolo appena sparecchiato ma non ancora riapparecchiato.
Il tempo cambia il loro peso. Quello che sembrava trascurabile diventa difficile da cancellare, non perché sia uno scatto particolarmente valido tecnicamente, ma perché conserva un contesto che le immagini più pensate a volte non riescono a trattenere. Un piccolo frammento custodisce intatto il ricordo più ampio. Queste fotografie registrano i minuti attorno al momento: l’attesa, i passi, l’inizio della giornata prima che tutto si riempia di rumore.
Chiunque abbia fatto scorrere un rullino con foto datate riconoscerà quell’esitazione. Le immagini ovvie saltano all'occhio e, se necessario, si eliminano senza troppi dubbi. Poi ci sono le vie di mezzo, che sono più difficili da scartare, perché conservano il modo in cui un luogo si è rivelato intorno a noi, spesso prima ancora che ce ne rendessimo conto. Riguardandole oggi, le fotografie più costruite restano uguali a loro stesse: appartengono a un progetto e si inseriscono perfettamente al suo interno.
Foto: Siobhan Ferguson
Le immagini più silenziose sembrano più vicine. Non mi riportano solo a Roma, ma anche al ritmo di quei momenti: l’ora prima che la città si riempisse, quell’atmosfera che altrimenti sarebbe passata inosservata. E quando guardo quelle fotografie tutte insieme, spesso sono proprio questi frammenti a risaltare di più. Non il monumento, ma la luce del mattino; non il luogo iconico, ma il tavolo prima che arrivi il piatto. Il ricordo raramente si ferma sul soggetto spettacolare; più spesso, si radica nel momento vissuto in silenzio. Forse è per questo che esitiamo prima di toccare Elimina: l’immagine magari non è perfetta, ma conserva il ricordo di un momento della giornata che altrimenti svanirebbe.

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