Storie

Raccontare il quotidiano tra due Paesi, due culture e due case

Vivere tra Londra e un minuscolo borgo costiero italiano solleva interrogativi su identità e senso di appartenenza. Per la fotografa Emma J Page, la fotocamera è diventata un modo per riconciliare due mondi profondamente diversi

Emma J Page

16 Mar, 20262 min

Raccontare il quotidiano tra due Paesi, due culture e due case
Raccontare il quotidiano tra due Paesi, due culture e due case

Probabilmente è una delle foto meno perfette che abbia mai scattato: una tazza con il suo piattino in equilibrio precario sul bordo di un letto sfatto, il contesto quasi scolorito dalla luce del sole che filtra a fatica tra le imposte socchiuse. C’è un’enfasi involontaria sul pavimento in ceramica della camera e manca un vero punto focale.

Per fortuna non uscirà presto dai confini del mio rullino digitale. È uno scatto fatto al volo, non un ritratto costruito con cura. Ma è stato fatto per catturare un momento, e in questo ha funzionato. Quando lo guardo oggi, quattro anni dopo, so esattamente come mi sentivo quella mattina di gennaio. Posso quasi percepire il freddo delle piastrelle sotto la pianta dei piedi mentre attraversavo la stanza in punta di passi, con ancora addosso l’emozione di trovarmi in un luogo sconosciuto dopo la mia prima notte in un minuscolo borgo costiero italiano. Ricordo il tepore del primo sorso di tè in una tazza arrivata fin lì dalla mia cucina londinese. Avevo appena lasciato alle spalle le profondità dell’inverno cittadino, scambiandolo con un sole inatteso e il suono delle onde che si infrangevano sugli scogli. Ma, soprattutto, ricordo la promessa di un nuovo capitolo ancora tutto da scrivere.

Da allora, fotografare è diventato gradualmente il mio modo per mettere in comunicazione due mondi. Quella che era iniziata come una parentesi temporanea sul finire della pandemia, quando mi sono trasferita in Italia per lavorare a un libro di interior design, si è trasformata in una vita divisa equamente tra Londra e la Costiera Amalfitana. Poche settimane dopo quello scatto, nella minuscola Minori, ho conosciuto il mio compagno. E anche se dividere il mio tempo tra due realtà è un’avventura entusiasmante sotto molti aspetti, non è priva di difficoltà.

Orientarsi tra dialetti, culture e abitudini sconosciute fa parte della vita quotidiana in Italia; allo stesso tempo, tornare a Londra ogni dodici settimane nasce dall’urgenza di rinnovare amicizie preziose e confrontarmi con un lavoro e una città in continuo cambiamento. La vita sembra ordinatamente suddivisa in blocchi di tre mesi in ciascun Paese, ma la realtà è spesso molto meno lineare; vivere tra due culture genera inevitabilmente un intreccio di domande complesse. Quanto della nostra identità è legato ai luoghi che abitiamo? Siamo noi ad appartenere a un posto o è il posto ad appartenere a noi? Possiamo davvero essere compresi al di fuori del contesto in cui siamo sempre vissuti? E che cos’è, in fondo, "casa"?

Orientarsi tra dialetti, culture e abitudini sconosciute fa parte della vita quotidiana in Italia; allo stesso tempo, tornare a Londra ogni dodici settimane nasce dall’urgenza di rinnovare amicizie preziose

Le risposte non arrivano subito: si rivelano poco a poco, con il tempo. Riconciliare vite così diverse diventa tanto più difficile quanto più queste esistenze divergono; e io non ho semplicemente scambiato una città con un’altra, ma una capitale con un microcosmo in lento declino. Minori è un paese dove le edicole votive dedicate alla Madonna sono scolpite nelle pareti della montagna; dove ogni mattina gli abitanti si ritrovano al chiosco di Patrizia sul lungomare per scambiarsi pettegolezzi davanti a un espresso; dove giovani tatuati si fanno il segno della croce passando davanti alla chiesa e dove tutti i negozi abbassano le serrande per quattro ore all’ora di pranzo. L’intero paese potrebbe stare dentro il Terminal 5 di Heathrow, e avanzerebbe ancora spazio. Eppure, in questo vivace intreccio di persone e storie c’è tanto da osservare: una bicicletta appoggiata a un muro che si sgretola; un uomo piegato su uno scooter ancora acceso mentre affigge gli ultimi manifesti funebri sulla via principale; donne raccolte fuori dal parrucchiere a fumare, con la testa avvolta nella stagnola; e le colature di vernice rosa intonaco lungo i muri scrostati del mio palazzo. I minoresi passano accanto a tutto questo senza farci caso, ma io ho il privilegio di osservare ogni dettaglio con lo sguardo di chi viene da fuori. Documentare il quotidiano attraverso l’obiettivo, sia in Italia sia nel Regno Unito, è stato il primo passo per avvicinare lentamente le due identità. È il mio modo di restare ai margini del contesto che mi circonda e, al tempo stesso, diventarne parte integrante.

Ritrarre il quotidiano in questo modo ha qualcosa di sorprendentemente analogico. Non si tratta di costruire lo scatto perfetto per i social media, anche se è proprio lì che trovo spesso un senso di comunità. Mi ricorda piuttosto il fascino delle macchine fotografiche usa e getta, che raccontavano la vita mentre accadeva, invece di plasmarla inseguendo contenuti, un approccio che continuo a sentire estraneo. A volte scatto foto profondamente imperfette per catturare un’emozione; altre volte la bellezza risiede nell’immagine stessa. Il digitale ha il vantaggio di permettermi di rifare uno scatto, ma cerco di non fissarmi sui dettagli. Posso raddrizzare un’inquadratura, ma i filtri per me sono fuori discussione.

Sia a Minori sia a Londra, la mia macchina fotografica va in cerca di piccoli dettagli e momenti di quiete: le ceramiche in terracotta smaltata bianca che porto con me da una casa all’altra; e poi cucchiaini d’argento, libri, portauova, portacandele, biancheria. Documentarli nel loro contesto è un modo per sentirmi ancorata; lo stesso vale per gli scatti di fiori recisi e rami raccolti durante le passeggiate: piccoli piaceri quotidiani che diventano rituali, ovunque mi trovi. Queste piccole nature morte diventano un filo essenziale di continuità tra culture diverse, regalandomi quel senso di radicamento che desidero così tanto.

Sia a Minori sia a Londra, la mia macchina fotografica va in cerca di piccoli dettagli e momenti di quiete: documentarli nel loro contesto è un modo per sentirmi ancorata.

Viaggiare per lunghi periodi ci porta a confrontarci con una delle domande più fondamentali della vita: "Chi siamo davvero?". Senza gli oggetti e i rituali della routine quotidiana, senza paesaggi familiari, senza la presenza costante di parenti e amici, veniamo riportati alla nostra essenza più autentica. Dopo il timore destabilizzante che questa rivelazione può generare, però, il senso di sé ne esce rafforzato. Mi chiedono spesso in quale dei due mondi tra cui oscillo mi senta davvero a casa. Dire che portiamo la nostra casa dentro di noi può sembrare un luogo comune, ma quello che ho imparato osservando i piccoli dettagli della vita è che ognuno di noi possiede una resilienza che aspetta solo di essere coltivata. A volte tornare alla versione più autentica di noi stessi significa rimuovere gli ostacoli, fisici e metaforici, che abbiamo costruito inconsapevolmente nel tempo, per riuscire finalmente a vedere con maggiore chiarezza.

Ogni tre mesi, quando salgo su un aereo diretto verso una metropoli frenetica o verso un rifugio mediterraneo capace di avvolgerti nel suo abbraccio, mi concedo due piccoli rituali. Riprendo un breve video della terra che si dispiega sotto di me durante il volo per segnare il passaggio di confine (il mio modo, forse, per registrare la transizione) e poi riguardo dodici settimane di immagini salvate nel mio rullino. Tornare alla prima e all’ultima mi aiuta a dare un senso a tutto ciò che è accaduto nel mezzo e, un po’ come rileggere un testo a distanza di tempo, mi permette di osservare la mia vita con occhi nuovi, più obiettivi: coglierne le gioie ma anche le crepe. È allora che capisco che le fotografie raccontano storie con la stessa intensità dei profumi. Hanno il potere di radicarci all’istante in un tempo e in un luogo; di farci trovare coerenza nel transitorio e di riconnetterci a chi siamo davvero nel pieno del caos. Forse è proprio questo che rende l’ordinario degno di attenzione. Alla fine, tutto si ricompone in qualcosa di profondamente prezioso.

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